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"Come aquile senz'ali" di Eugenio Riccòmini



Sono come aquilotti cui una mano perfida abbia tarpato le ali. Così paiono oggi, ai nostri occhi, i residui antichi, e duecenteschi, delle porte dell'ultima cinta muraria della nostra città. Solo per qualche breve tratto, e quasi per caso, le mura erette a partire dal primo trentennio dell'età di Giotto, di Vitale, di Dante e del Petrarca stanno ancora in piedi, a segnare il limite estremo della città antica, negli anni della sua massima e improvvisa espansione. Già allora servivano a ben poco, dal punto di vista militare: appena cent'anni dopo una buona artiglieria le avrebbe fatte a pezzi, visto che nel 1453 mine e cannonate ottomane ebbero in più punti ragione delle colossali difese di Costantinopoli, che da un millennio si ritenevano inattaccabili. Le nostre mura, tuttavia, rimasero in piedi, intatte, fino agli esordi dell'età moderna, la nostra: quella delle ferrovie, dei ponti in ferro, dei primi velivoli, e delle mitragliatrici che tanto piacevano all'estetica futurista. Ci sono decine di fotografie che ne mostrano l'infilata sempre eguale, accompagnata da un paio di filari d'ippocastani, con dame in carrozzella, gente a passeggio in bombetta, bimbi che giocano al cerchio, e operai o contadini con la giacca buttata di traverso sulla spalla. Non servivano a nulla, quelle mura; ma continuavano a definire un limite: quello fra la città antica, fitta di torri, di chiese, di palazzi, di canali, di botteghe, e la città nuova e diversa che cominciava a distendere i suoi quartieri borghesi e operai (fatti di villette con giardino gli uni, e di grandi e squadrati casamenti gli altri) appena al di fuori di quell'antica cortina di mattoni anneriti dal tempo. Non servivano a nulla, certo; ma segnavano comunque un confine, un luogo di separazione sia topografico che cronologico: si diceva, e ancor oggi si dice, che si va a prendere una boccata d'aria fuori delle mura; e rammentavano a chiunque il chiudersi d'un'epoca millenaria e l'aprirsi d'una nuova e ben differente età. Ma appunto la nuova età, al suo schiudersi, trascinava con sé entusiasmi e compiacimenti per le incalzanti conquiste del progresso tecnico, scientifico: non per nulla il nuovo secolo, ch'è quello appena ora concluso, s'era aperto col successo straordinario d'uno stupefacente balletto "Excelsior", in cui si celebravano i trionfi dell'elettricità; e poco dopo un trabiccolo a motore, costruito da un paio di ragazzi americani, arrancava in volo su una spiaggia, portando per la prima volta al di sopra della superficie terrestre una macchina più pesante dell'aria. Che poteva farsene, la nuova età proiettata verso sempre più stupefacenti conquiste, di quella vecchia cinta di mura medievali, che pareva servire da cintura a sette secoli di oscurità, di chiusura alle luci della scienza e della tecnica? Si decise, così, per un rapido abbattimento; senza neppure troppe proteste da parte della stampa e dell'intellettualità cittadina. E ci fu, naturalmente, chi guadagnò qualche baiocco acquistando le aree così liberate per costruirci sopra ville e residenze anche sciccose. Fu una solenne fesseria, e una misera speculazione. Ma i tempi andavano così: quasi nello stesso tempo a Parma s'abbatterono gli splendidi bastioni cinquecenteschi d'età farnesiana, sui quali la gente faceva passeggio e si godeva un po' d'ombra e di frescura; mentre oggi noi turisti andiamo a Lucca certo per le insigni opere d'arte che essa racchiude, ma stupiamo, arrivando, per l'intatta e fascinosa conservazione della bastionata che rende ancor più prezioso, come un forziere, il centro della città antica. Dallo scempio si salvarono, e non tutte, le porte. Erano, di quella cinta, la parte più antica; e alcune di esse s'erano trasformate, in età manierista e barocca, in edifici anche di bella architettura, ornati di bugnati decorativi, di simboli civici, di stemmi araldici dei papi e dei cardinali che ne avevano curato l'erezione. E una, quella di Santo Stefano, fu trasformata in barriera daziaria di sobrio gusto neoclassico, consistente in una coppia di palazzetti costruiti nel 1843 da Filippo Antolini. Altre furono semplicemente abbattute, come quelle di San Mamolo e di Sant'Isaia; senza alcun motivo. E le restanti stanno lì, oggi, a fare da spartitraffico; e sono praticamente inaccessibili ai pedoni, che nel loro vano potrebbero almeno guardare qualche immagine del loro passato, o leggere qualcosa della loro storia; della destinazione, ad esempio, della via urbana che di lì usciva, e che conduceva, che so, verso Modena e Milano, verso Ravenna, o Ferrara, o verso il lontano, e allora periglioso, valico appenninico della Futa. Quei monconi, cui oggi ci si appresta a ridare un poco della dignità perduta, recano ancora ai lati, per due o tre passi, i resti diruti della muraglia che, come due lunghe ali, di lì s'apriva verso le porte contigue. E le porte residue paiono, appunto, aquile ormai senz'ali.
Bologna, 6 Ottobre 2007
Eugenio Riccomini
Banca di Bologna