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"Le porte di Bologna, testimoni di sette secoli di storia" Di Rolando Dondarini


Le dieci porte della città che si incontrano percorrendo i viali di circonvallazione di Bologna furono incastonate fino a poco più di un secolo fa nella cosiddetta "terza cerchia", progettata e tracciata nei primi decenni del Duecento e demolita all'inizio del Novecento1. Sono quindi quanto resta della cinta che per sette secoli avvolse la città conferendole una forma stabile. Le mura si pongono per ogni luogo e per ogni tempo come un limite fisico che ne comporta tanti altri di carattere giuridico, socio-economico, politico, comportamentale. In particolare per gli insediamenti urbani che sono rimasti a lungo grandi eccezioni nei panorami del pianeta, esse marcavano il confine tra il dentro e il fuori, tra gli appartenenti alla comunità cittadina e gli estranei. In riferimento al Medioevo sono innumerevoli le tracce di questa distinzione di fondo che coinvolgeva ogni aspetto della vita quotidiana, fino alle normative che distinguevano i diritti dei cittadini da quelli degli abitanti dei suburbi e soprattutto da quelli degli abitanti del contado. Lo attestano le fonti letterarie e iconografiche: racconti, cronache e immagini descrivono una netta separazione tra un interno efficiente, positivo e quasi luminoso e un esterno insicuro, in cui le tenebre delle foreste e della notte potevano prendere il sopravvento. Vivere dentro le mura significava essere partecipi di una vita comunitaria che comportava regole, ma anche una protezione complessiva e la condivisione di sorti comuni, nel bene e nel male. Una metafora semplificante potrebbe esser quella di una nave i cui occupanti sono ad un tempo costretti e ammessi agli oneri e ai vantaggi della navigazione in comune. Il senso di appartenenza, lo spirito "civico", la compartecipazione a ricorrenze e a feste, la solidarietà reciproca avevano come corrispettivo la convivenza nei momenti più duri - in quelli delle carestie, delle epidemie, degli assedi fino alle innumerevoli calamità naturali come terremoti, inondazioni o incendi - in cui le persone, le famiglie e le fazioni vedevano necessariamente il loro destino identificarsi con quello di tutta la comunità cittadina, delimitata e identificata dalle sue mura. Può sembrare paradossale ma sia l'edificazione sia la distruzione della "terza cerchia" di Bologna a cui appartenevano le porte rimaste furono indotte da due impulsi analoghi, cioè dalla necessità di espandere l'abitato oltre il precedente perimetro attraverso due e veri e propri piani regolatori che, benché distanziati di settecento anni, avrebbero dovuto assecondare spinte simili che al momento sembravano inarrestabili. In realtà non vi è alcun paradosso, perché per lungo tempo in passato tanto la costruzione di nuove mura quanto la demolizione delle vecchie erano ovunque fasi necessarie e complementari di una stessa prolungata operazione urbanistica di adeguamento della "città di pietra" a quella degli uomini. L'ultima distruzione che ha tolto alle porte la loro funzione rendendole monumenti alla storia loro e dell'intera comunità si differenzia sostanzialmente dalle precedenti solo perché non prevedeva l'edificazione di una nuova cinta, ma la definitiva apertura della città verso l'esterno e quindi l'abbandono in permanenza di una struttura urbana che per tanti secoli aveva caratterizzato, identificato e racchiuso tutte gli insediamenti accentrati. L'edificazione di quella terza e ultima cerchia era stata progettata e iniziata a solo qualche decennio dagli ultimi interventi sulla seconda e puntò a cingere la città con un perimetro molto più capiente, capace di ampliare lo spazio urbano per assecondare e prevenire il consistente aumento di popolazione cittadina allora in atto, dovuto, oltre che al naturale incremento demografico, agli apporti migratori prevalentemente provenienti dai centri e dai territori limitrofi. Evidentemente era stata concepita allo scopo di offrire una soluzione a lungo termine nella consapevolezza che le estese superfici inedificate che conteneva non sarebbero state occupate immediatamente. Tuttavia a causa dell'imprevista inversione di tendenza e della profonda crisi che la comunità dovette affrontare nel secolo successivo, la sua costruzione si protrasse ben oltre le previsioni, fino agli ultimi decenni del Trecento. D'altronde per gli stessi motivi la sua capienza rimase ampiamente sufficiente fino al grande incremento demografico del XIX secolo, quando l'annessione allo stato unitario italiano rimosse definitivamente anche la funzione difensiva per cui era sorta. In effetti nell'edificarla sette secoli prima si era inteso allargare l'area protetta oltre la zona abitata fino ad includere ampi tratti di strade e di canali e di superfici limitrofe. In tal modo si definì uno degli aspetti più persistenti della "forma urbis" di Bologna, ovvero l'involucro, il contorno perimetrale che oggi cinge il "centro storico", ma che per secoli avrebbe racchiuso l'intera città. A chi allora la guardasse dalle colline si presentava con una netta separazione tra le diverse zone concentriche ereditate dalla storia urbanistica precedente. Al centro l'area più fitta di edifici da cui svettavano le torri, i campanili e le sagome delle chiese e dei palazzi pubblici. Ad avvolgere quel fitto nucleo di pietra c'erano la fascia circolare compresa tra la cinta del Mille o dei Torresotti e l'ultima recinzione. Con un distacco che a quel tempo era ben visibile e che si sarebbe gradualmente attenuato solo coi secoli successivi, questa corona circolare si presentava prevalentemente verde con una maglia di prati, orti, giardini, solcata soltanto dai canali e dalle propaggini stradali che congiungevano le porte della cerchia interna alle nuove. Il completamento di quell'ultima recinzione fu molto lungo e travagliato, tanto che dopo il primo quarto del Trecento appariva ancora come un lungo sbarramento in terra battuta avvolto da un fossato e sormontato da un palancato di legno, mentre le cortine murarie si limitavano ai lati delle porte. Fu detta Circla o delle "circle"; secondo le opinioni più diffuse e autorevoli, a causa della percezione diffusa di un doppio significato: perché il primo termine richiamava la sua funzione avvolgente, ma anche perché con "circle" si intendevano proprio questi brevi tratti murari merlati su cui si aprivano le porte. Si sa che tra il 1286 e il 1287 su ogni fianco di quelle aperture erano state erette 10 braccia di muro merlato spesso 1 piede e mezzo (cm. 57) e alto 10 piedi (m. 3,8), ma anche che il più delle volte non erano dotate di particolari strutture difensive: uniche eccezioni una torre che presidiava la porta del borgo di San Felice, un baraccano alla porta di San Mamolo e i ponti protetti da muri spesso merlati che scavalcavano il fossato in corrispondenza di ogni porta, attestati già 1294. Le prime ristrutturazioni non mutarono sostanzialmente la precarietà di una cerchia costituita per la gran parte della sua lunghezza da un fossato e da un terrapieno sormontato da un palancato, in cui le circle rimanevano i soli tratti in muratura. Una simile recinzione non poteva mantenere una certa efficacia se non a costo di una continua manutenzione dello sbarramento e della palizzata che lo sormontava. Come attestato per il 1258 e per il 1301, gli interventi ricorrenti si limitavano al restauro delle circle e allo scavo e al drenaggio dei depositi nel fossato esterno da cui si ricavava il materiale per innalzare l'argine di terra battuta sopra il quale correva il palancato. Di tale precarietà abbiamo un testimone illustre grazie alla nota lettera con cui il Petrarca evocò nel 1368 il suo felice soggiorno di studente a Bologna, svoltosi tra il 1320 e il 1326 quando "..sotto la cupa notte si faceva ritorno e spalancata trovavasi la città. Che se per caso era serrata egli era nulla; perché la terra non aveva allora muraglia e un fragile steccato tutto logoro per vecchiezza difendeva quell'intrepida gente. Quale steccato, qual muro era mestieri a città che posava in tanta pace? Così non dava ella una porta, ne dava cento ed ognuno entravala da quella banda che gli andava più a grado". Anche per il grande poeta si trattava dunque di una recinzione adatta tutt'al più ad una città in pace. Per questo dopo l'accenno di assedio dell'esercito modenese conseguente alla tragica disfatta di Zappolino (1325) e avvertiti dallo scampato rischio di occupazione, si dovette prendere in considerazione la necessità di consolidare le difese attraverso lavori di ristrutturazione alle porte e all'intero tracciato. Successivi interventi volti al completamento della cortina in muratura furono effettuati su impulso del cardinale legato Bertrando del Poggetto, chiamato alla guida della città nel 1327. L'impresa comportava un tale dispendio di risorse che le vicissitudini che la comunità bolognese dovette affrontare nei decenni centrali del secolo non solo impedirono di portare a termine il progetto, ma dovettero aggravare la situazione complessiva della cinta per i tratti che rimasero a lungo incompleti. Riferimenti ad episodiche costruzioni di tratti di mura si rintracciano nelle vicende narrate dai cronisti, soprattutto in corrispondenza dei frangenti in cui la città fu più esposta agli attacchi esterni: durante la dominazione dell'Oleggio ad esempio, quando agli usuali lavori di cavamento del fossato di restauro dei tratti di mura e dei palancati, si abbinò la munizione delle porte con ponti levatoi, con rivellini, torri e saracinesche. Nel 1371 secondo la "Descriptio" fatta redigere dal cardinale Anglico, si era ancora lontani dal completamento della cortina, poiché dei suoi 7600 metri complessivi se ne erano completati solo 1400 (368 pertiche1) cioè meno del 20 %. Lo sforzo più ingente e decisivo per il completamento della cortina si ebbe durante la parentesi del "secondo comune", avviata dopo il 1376, che portò alla sua conclusione intorno alla metà degli anni Ottanta. Se ne ha traccia da notizie episodiche: già dopo la rivolta del 1376 si decise di utilizzare i materiali ricavati dalla demolizione del castello tra Porta del Pratello e Porta San Felice per l'erezioni di tratti di mura; nel 1377 furono costruiti 11 archi con corridoi alle mura del Borgo di San Pietro: le pietre, la calce e la sabbia furono a carico del Comune, la manodopera a carico delle parrocchie vicine; l'anno successivo furono portati a termine 17 archi nei pressi di porta Santo Stefano e altri tra Porta San Mamolo e Castiglione; nel 1380 il contributo delle cappelle cittadine alle spese per le mura fu adeguato al numero dei loro abitanti. Da allora ogni porta visse di vita propria con sistemazioni, ristrutturazioni e nuove edificazioni che si protrassero nei secoli, indotte dalle funzioni e dal rilievo che ogni apertura assunse. Così la Circla cinse e contenne la città fino all'inizio del XX secolo, quando fu quasi completamente demolita per far posto agli attuali viali di circonvallazione. A decretare la fine della recinzione concorse il fervore innovativo che pervase molti progressisti della fine dell'Ottocento, convinti che l'abbattimento delle mura fosse un passo necessario per dare alla città nuovo respiro e per proiettarla in uno sviluppo senza limiti. Nel dibattito le voci dei pochi che come Oriani, Rubbiani e Gozzadini si schierarono per la loro salvaguardia, furono sormontate dal clamore del presunto rinnovamento e il 20 gennaio 1902 iniziarono quei lavori che nel breve volgere di due anni avrebbero distrutto la gran parte della cinta lasciando quali ultime vestigia solo le porte, a stento salvate da quella foga distruttiva e rimaste ad attestare la loro antica funzione. Un nuovo rigurgito demolitore si ebbe negli anni Cinquanta, in particolare nei confronti di quelle di San Vitale e di San Donato che alcuni ritenevano troppo ingombranti. Ne scaturì una parziale demolizione della prima, ma anche una crescita di consapevolezza sul loro valore che valse a risparmiare la seconda e a rivalutare tutte le altre come testimoni mutilate di sette secoli di storia.
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